Satya: il secondo principio della moralità

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… e poi il secondo

In alcuni articoli precedenti ho sottolineato l’importanza della moralità come base per la propria vita (vedi articolo di yama e niyama e prima il primo). Nello yoga la moralità (yama e niyama) è individuata da 10 indicazioni o principi. I primi 5 (yama) riguardano l’equilibrio con il mondo esterno, e i secondi 5 rigaurdano l’equilibrio con il mondo interno.

Da dove puoi cominciare?

Puoi cominciare di creare il tuo equilibrio partendo e comprendendo un principio per volta. La volta scorsa abbiamo approfondito il principio di Ahimsa, principio della non-violenza o meglio ancora uso razionale e benevolo della propria forza. (leggi prima il primo).

Approfondiamo ora il secondo principio che è satya o uso benevolo della parola.

Cosa significa seguire satya?

Lo yoga si sofferma sul come usiamo la nostra espressione verbale, sull’effetto delle parole che diciamo e sul modo in cui ci esprimiamo. Lo yoga vuole darti la consapevolezza del risultato ed effetto delle tue azioni. In questo caso sull’effetto di ciò che dici.

Seguire satya significa cercare di aderire alla verità; ma l’espressione della verità deve tener conto anche delle circostanze perchè tale espressione è importante che sia a fin di bene.

Immagina ad esempio questa situazione. Il figlio adulto è andatoa trovare la madre oramai anziana e debole di cuore. Il telefono squilla, e il figlio va a rispondere. E’ il marito di una carissima amica della madre, quasi una sorella, che annuncia che sua moglie è morta di colpo in un incidente.
Il figlio raccoglie la notizia e poi saluta.
La madre gli chiede:”chi era la telefono?”.
Cosa dirà il figlio?

Se il figlio segue la verità esatta (in sanscirto r’ta) ecco che racconterà per filo e per segno ciò che ha saputo. Ma la notizia molto dolorosa per la madre raccontata così in modo schietto e diretto potrebbe “fare del male”. La madre già debole di cuore accuserebbe in modo improvviso la notizia e la sua condizione di salute precaria sarebbe sicuramente minacciata.
Ecco che il figlio invece può seguire la verità benevola comincia a prendere tempo, a raccontare che il marito dell’amica ha chiamato per dire che sua moglie ha avuto un leggero malore e che è andata all’ospedale. Così la madre comincerà a preoccuparsi, si sentirà in apprensione. Dopo un po’ di tempo il figlio comincerà a raccontare con gradualità la verità, tenendo conto della sensibilità della madre che conosce bene, e nel momento che reputa più opportuno gli comunicherà la vera notizia.

Un altra situazione ad esempio. Improvvisamente senti suonare alla porta, una donna in forte agitazione chiede aiuto e soccorso. Molto velocemente dice che un malvivente la sta inseguendo e minacciando di violenza.
Voi decidete di accoglierla e lei si nasconde come può. La porta è ancora aperta e un uomo si ritrova sul tuo uscio di casa, ti chiede: “hai per caso visto passare una donna da queste parti?”
cosa risponderai?
Se ti attenessi alla verità, diresti “sì, è qui in casa”. Valutando la situazione ti rendi conto che è meglio proteggere questa donna anche se non sai veramente il motivo per cui è inseguita. Rispondi allora “no, non ho visto nessuna donna”. Poi potrai informarti, farti raccontare la versione della donna, cercherai di capire se dice il vero o se invece è lei in cattiva fede, e quindi deciderai cosa meglio fare.

Questi due esempi anche se per certi versi estremi mettono bene in luce che ciò che conta non è soltanto dire la verità ma usare la parola a fin di bene.

Questo principio è sottovalutato nel suo aspetto positivo. Seguire questa verità benevola significa e comporta un alto grado di onestà con se stessi.

A volte evadiamo le domande altrui perchè imbarazzanti raccontando cose imprecise, inesatte, e a volte false.
A volte i figli raccontano bugie per nascondere ciò che non hanno coraggio di affermare.

I modi per seguire questi principio sono molto personali e legati alla propria individualità e percezione.
Il punto importante è che se non seguiamo questo principio si genera in noi uno squilibrio, un turbamento.
La nostra coerenza, tra pensiero, parola e azione, è minata.

Porre attenzione alla verità benevola ci aiuta a colitvare un pensiero profondo e onesto. Coloro che spesso dicono il falso, o sono approssimativi nella loro comunicazione, indeboliscono la profondità di pensiero e alimentano una superificalità di spirito.
D’altra parte coltivare un uso corretto, preciso, curato, attento della propria espressione ci rafforza, ci aiuta a coltivare determinazione e chiarezza interiore.

Come sto?
Cosa desidero dalla vita?
Di cosa ho veramente bisogno?
Quali sogni ho?

Queste domande che ci facciamo avranno risposte chiare e dirette se siamo abituati ad essere onesti e limipidi nella parola.
Le risposte interiori che ci diamo saranno volte a fin del “nostro bene” e chiare se siamo abituati a volgere a fin di bene altrui la parola rivolta agli altri.

La parola è legata al V cakra. Il cakra della gola che è il centro di controllo della nostra espressione. Sviluppare un controllo, una capacità di dirigere al meglio la propria espressione verbale, sviluppare consapevolezza ai modi in cui ci rivolgiamo agli altri, e porre attenzione agli effetti che la nostra parola ha sugli altri, tutto questo ci porta ad un controllo di tutta la nostra espressione nel suo complesso.

Chi ha un uso morale della parola ha spesso un uso morale anche di tutte le sue modalità espressione. Questo perchè i chakra superiori controllano i chakra inferiori, e avere un controllo sul V chakra comporta anche un buon grado di controllo sugli altri 4 chakra inferiori.

La parola satya è usata anche ad intendere la dimensione dello spirito, dell’assoluto, di ciò che è eterno.
Questo principio ci avvicina allo spirito, alla consapevolezza. La parola è espressione del nostro pensiero; molto spesso i nostri pensieri sono parole affermate interiormente.
Dunque parlare “bene” ci aiuta a  pensare “bene”.  Parlare “verità” ci aiuta a pensare “verità”. Cosa significa?
Pensare “verità” significa saper distinguere ciò che è effimero da ciò che è duraturo, ciò che importante da ciò che non lo è,  significa riconoscere  che in verità tutto è  espressione di un’unità fondamentale, tutto è satya, ovvero  tutto è  divino, tutto è Amore.

ciao,
Guido


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Moralità dello yoga: Yama e niyama

Etica dello yoga

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Ciao,

oggi ti parlerò dell’etica dello yoga.
C’è chi giustamente fa distinzione tra etica e morale. Per ora però li considererò equivalenti.
E scelgo di usare la parola morale, chiedendoti di liberarla
di ogni accezione negativa che purtroppo la parola richiama… spesso viene associata a moralismo, bigottismo…
No! cerchiamo di raccoglierne il significato più puro e vero…

La moralità è …Continua a leggere

Moralità dello yoga: Yama e niyama

yama e niyama

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Yama e Niyama cono i primi due gradini dello yoga e sono delle indicazioni per l’equilibrio in relazione con l’esterno, gli altri e il mondo  (yama),  e con l’interno, ovvero noi stessi (niyama).

Nei tempi antichi a chi voleva iniziare la pratica dello yoga si richiedeva di essere capaci di seguire prima yama. Poi quando il praticante era diventato esperto in yama, quando mostrava di aver raggiunto un certo equilibrio, solo allora gli veniva insegnato niyama, il secondo gradino , e poi via via, quando dimostrava di aver raggiunto un certo grado di competenza in quel gradino o livello, gli venivano insegnato gli altri gradini dello yoga uno dopo l’altro.

Ma cosa sono questi yama e niyama?
Yama
è composto da 5 indicazioni o principi e Niyama è composto da altri 5 indicazioni o principi.

I 5 Yama sono:
1) Ahimsa – uso razionale della forza, o non-violenza
2) Satya - uso benevolo della parola
3) Asteya - non appropriarsi di ciò che appartiene ad altri
4) Brahmacarya - ideazione spirituale
5) Aparigraha - non accumulare più del necessario

I 5 Niyama sono:
1) Shaoca – igiene fisica e mentale
2) Santosa - giusta contentezza
3) Tapah – sapersi sacrificare
4) Svadhyaya – giusta comprensione
5) Iishvara pranidhana -  meditazione

Queste indicazioni non sono regole che si impongono a noi stessi ma strumenti che possono essere utilizzati per realizzare un maggior equilibrio nella nostra vita interna ed esterna.

Ad esempio nel momento in cui non seguiamo il principio di Ahimsa o non-violenza ecco che la nostra mente ne rimane turbata.
Se succede che durante una discussione alziamo la voce, diamo uno spintone, rispondiamo in modo violento e irrispettoso questa azione crea una reazione dentro di noi (secondo la legge del karma) uguale e contraria.
Di fatto rimane dentro di noi un turbamento che altera la nostra percezione e tranquillità. Coltivare un atteggiamento non-violento, essere consepvoli della nostra forza e della direzione che le diamo, ci permette di  ottenere un equilibrio nella nostra vita.
Ogni principio o indicazione contiene dei risvolti sottili. Ad esempio anche guidare è un’azione in relazione con il mondo esterno, un’azione di interazione con il mezzo che guidiamo. Se il nostro stile di guida è violento, è brusco, scattoso, rigido, questo influenzerà e intaccherà il nostro equilibrio, la nostra armonia.

Iniialmente queste indicazioni (yama e niyama) sembrano scontate e semplici da seguire, ma hanno invece dei risvolti e delle sfumature che ci possono permettere di migliorare veramente la qualità della nostra vita.

Di volta in volta vedremo ciascuno di questi principi. Interrogarsi e essere consapevoli se la nostra vita segue o meno questi principi ci permetterà di capire il grado di equilibrio della nostra vita.
Inoltre dal momento in cui cominceremo a coltivarli uno per uno la nostra vita si trasformerà e diventerà più equilibrata.

Nei prossimi articoli approfondiermo uno per uno queste indicazioni per il benessere interno ed esterno.

Moralità dello yoga: Yama e niyama
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