La moralità dello yoga: Ahimsa, il primo principio

Quello che conta nel attuare un cambiamento e un miglioramento nella propria vita è cominciare dalle cose che sono alla base del nostro benessere e della nostra felicità.

Il soddisfare le minime necessità individuali e della famiglia (assistenza sanitaria, beni primari (acqua, cibo, indumenti, etc..), casa, lavoro) è un requisito fondamentale per potersi dedicare ad una ricerca e crescita interiore.
Nella società di oggi purtroppo molte persone combattono per aver garantite queste minime necessità e purtroppo questa “lotta” assorbe completamente la vita dell’individuo.

Se sono soddisfatte le tue minime necessità ecco che hai energia per dedicarti alla prima cosa… la moralità.

Seguire dei principi morali, di equilibrio nella relazione con il mondo esterno e anche con il mondo interno, è il primo passo.
Lo yoga indica 10 principi morali (vedi articolo di yama e niyama) bene cominciamo dal primo:

1) AHIMSA – uso razionale e benevolo della forza.
Questo principio invita a usare con consapevolezza e controllo la propria forza.  Nella sua accezzione più diretta  significa “non  fare del male a nessun essere se non  strettamente necessario”.
Quando potrebbe essere necessario usare la propria forza?
Ad esempio se camminando per strada di sera tardi vediamo che un uomo si avvicina ad una donna che cammina sola e comincia a disturbarla cosa faremo?
Se facciamo finta di nulla la nostra coscienza sarà turbata di essere stata testimone di un evento in cui un’altra coscienza aveva bisogno di aiuto e di non essere intervenuti.
Se poi siamo testimoni in una situazione analoga di un inizio di violenza cosa faremo? Potremmo renderci conto che è necessario intervenire e certo dovremmo utilizzare la nostra forza fisica per fermare l’uomo.

Fortunatamente sono rare le occasioni in cui la nostra forza fisica, il nostro intervento è richiesto. Sono situazioni che richiedono una buona dose di chiarezza interiore per “non fare peggio nel volere fare meglio”.
Questo principio si applica anche nella scelta dell’alimentazione.
Se possiamo vivere senza l’uccisione di animali e scegliamo di essere vegetariani seguiamo dunque questo principio.
Oggi comunque per alimentarci è richiesta l’uccisone di un essere vivente: infatti anche le piante sono organismi viventi.
Lo yoga ci invita a alimentarci degli organismi meno evoluti, con una struttura fisica (soprattutto neuro-endocrina) cioè meno complessa, in cui la percezione del dolore è inferiore.

Alcune persone rabbrividiscono al pensiero di alimentarci di cani, un animale che sentiamo vicino all’uomo, un animale che sentiamo carico di sentimenti; questa usanza però è contemplata ad esempio in alcuni paesi orientali.
Altri si rifiutano di mangiare carne di cavallo; sentono il cavallo un animale nobile, vicino all’uomo.
Dunque dentro di noi possiamo comprendere che il pensiero di mangiare un animenale crea un turbamento interno.
Se vogliamo cominciare a seguire questo principio dovremmo cercare di alimentarci di organismi meno sviluppati (ad esempio meglio mangiare il pesce invece che carne di mucca, meglio molluschi (cozze, vongole, etc..) che carne di pesce, meglio legumi, cereali di tutti gli altri) e gradualmente seguire un’alimentazione vegetariana.

Dal punto di vista fisiologico il nostro organismo frutto di milione di anni di evoluzione “riconosce” ciò che le è più vicino da ciò che è piò lontano dalla sua evoluzione. Sentire di sostenersi con l’uccisione di un altro essere vicino a noi crea un sottile squilbrio psico-fisico interno soprattutto per chi ha sviluppato un certo grado di coscienza.
Un esempio lampante di questo fatto è stato la malttia della mucca pazza (o encefalite spongiforme bovina) , che si è sviluppata negli allevamenti a causa dell’utilizzo di diete animali per un animale che è il “re” dei vegatariani.

Questo principio dunque ha un interessante rilevanza nel nostro benessere completo.

Deve essere compreso che porta con sè aspetti meno evidenti ma comunque importanti.
Se ad esempio durante una discussione alziamo le mani e diamo una spinta violenta con chi stavamo discutendo, quest’azione porta con sè una reazione interna(vedi articolo sulla legge del karma).

Durante la meditazione della sera le immagini e le sensazioni di questo evento ritorneranno nella nostra mente per poter essere allegerite dalla luce della coscienza; in questo modo la meditazione porta alla nostra coscienza proprio ciò che ha dis-turbato il nostro Io più profondo.

Altri casi in cui non seguiamo questo principio è quando alziamo la voce, o usiamo modi bruschi.

Sono invece i movimenti ed espressioni di noi armoniosi, consapevoli e controllati che ci aiutano a mantenerci in linea con questo principio.

La caratteristica di questo principio, così come di tutti gli altri, è che più lo cerchiamo di seguire più scopriamo tutti i modi in cui possiamo seguirlo ed anche tutte le situazioni in cui invece lo violiamo.

Sviluppare allora consapevolezza di ciò che portiamo nel mondo, desiderare di migliorare, acquisire nel tempo un controllo sulla nostra personalità ci permette di creare e coltivare un equilibrio nell’aspetto della “non-violenza” o uso razionale e benevolo della forza.

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