Aparigraha: vivere del giusto

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Nell’ultimo articolo abbiamo parlato di Brahmacarya, ovvero del praticare un’ideazione “divina” nella nostra vita quotidiana, nel considerare la manifestazione come espressione di una realtà spirituale, o potremmo anche dire, vivere e cogliere la spiritualità insita nella vita di ogni giorno. (clicca qui per rileggere l’articolo)

Passiamo ora a descrivere il 5° e ultimo principio di Yama dello yoga.

L’ultima delle indicazioni di Yama riguarda …Continua a leggere

Moralità dello yoga: Yama e niyama

Brahmacarya: tutto è espressione dell’Infinito

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Dopo aver trattato nei precedenti articoli i 3 principi di YAMA, passiamo ora al 4° principio chiamato Brahmacarya.

In molte tradizioni di yoga è quasi sempre inteso come astinenza sessuale o castità. Nell’interpretazione del Tantra Yoga di Shrii Shrii Anandamurti, o Ananda Marga Yoga, Brahmacarya significa “rimanere mentalmente legati a Brahma”.

Esattamente “carya” (si legge “ciaria”) in sanscrito significa mangiare mentre ci si muove. La mucca spesso la vediamo mangiare e mentre rumina, si muove, ecco quest’azione di mangiare mentre ci si  muove è “carya”.
Ma mangiare non è che assorbire, che assimilare i nutrienti, la parte essenziale del cibo, e lasciare ciò che non è necessario.

Se dovessimo allora …Continua a leggere

Moralità dello yoga: Yama e niyama

Asteya: il terzo principio della moralità

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Asteya è il 3° principio della moralità dello yoga.
Asteya significa non rubare, non appropriarsi di ciò che è altrui senza aver chiesto il permesso.
Asteya si applica sia agli oggetti fisici, ma anche agli “oggetti” intellettuali, alle  idee.
Asteya ha un aspetto evidente, grossolano, ma anche sottile o mentale.

Esempi sul piano mentale:
Un tuo amico …Continua a leggere

Moralità dello yoga: Yama e niyama

Il terzo principo della moralità yoga: asteya

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Asteya è il 3° principio della moralità dello yoga.
Asteya significa non rubare, non appropriarsi di ciò che è altrui senza aver chiesto il permesso.
Asteya si applica sia agli oggetti fisici, ma anche agli “oggetti” intellettuali, alle  idee.
Asteya ha un aspetto evidente, grossolano, ma anche sottile o mentale.

Esempi sul piano mentale:
Un tuo amico ha un’idea, un’iniziativa, ad esempio, di incontrarsi con i vecchi amici della scuola, te la propone e tu la accogli…
poi cominci a chiamare i tuoi amici e gli dici “IO ha avuto al bella idea.. ecco stai violando questo principio.
Un altro esempio è quando a lavoro si presenta come proprio il lavoro fatto da altri colleghi, o non si riconosce la giusta importanza, la giusta “proprietà”, di ciò che è stato fatto .

Quando diamo per scontato che la persona amica ci offrirebbe ciò che suo e lo prendiamo senza chiedergliero anche qui violiamo questo principio.
Ad esempio Paolo potrebbe prendere il motorino in prestito che il fratello Marco gli presta spesso, senza chiederglielo, sapendo che lui in quel giorno è occupato e che è sempre stato gentile nell’offriglielo.

Come ho ricordato più volte nei precedenti articoli bisogna ricordarsi che questi principi non sono da considerarsi come regole esterne da applicare e seguire in modo auto-imosto. Anzi, vale il contrario.
Ogni principio va compreso e vissuto nelle nostre azioni quotidiane. Se ci facciamo caso impareremo a capire quando seguiamo il principio e quando lo violiamo.
Il seguire questi principi yoga in modo consapevole ci garantisce un equilibrio mentale solido e duraturo, una graduale e sempre maggiore senso di serenità e pace.
E’ attraverso questa moralità spirituale che è possibile fondare una meditazione di successo.

Propensioni mentali come l’avidità, o il desiderio eccessivo di oggetti materiali, il poco rispetto delle persone possono spingere a non seguire questa indicazione morale.

D’altra parte coltivare un atteggiamento rispettoso e consapevole di ciò che è mio e ciò che è dell’altro, di ciò che è dovuto, un’attenzione a chi afferma una data idea, la riconoscenza del valore di ciò che viene fatto e chi l’ha fatto,  sono modi di porsi di fronte alla vita che alimentano e portano  un grande senso di armonia e pace in te.

ciao,
Guido

PS
Lascia allora una tua annotazione qui sotto in questa pagina, un pensiero che hai avuto leggendo questo articolo..

Moralità dello yoga: Yama e niyama

Satya: il secondo principio della moralità

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… e poi il secondo

In alcuni articoli precedenti ho sottolineato l’importanza della moralità come base per la propria vita (vedi articolo di yama e niyama e prima il primo). Nello yoga la moralità (yama e niyama) è individuata da 10 indicazioni o principi. I primi 5 (yama) riguardano l’equilibrio con il mondo esterno, e i secondi 5 rigaurdano l’equilibrio con il mondo interno.

Da dove puoi cominciare?

Puoi cominciare di creare il tuo equilibrio partendo e comprendendo un principio per volta. La volta scorsa abbiamo approfondito il principio di Ahimsa, principio della non-violenza o meglio ancora uso razionale e benevolo della propria forza. (leggi prima il primo).

Approfondiamo ora il secondo principio che è satya o uso benevolo della parola.

Cosa significa seguire satya?

Lo yoga si sofferma sul come usiamo la nostra espressione verbale, sull’effetto delle parole che diciamo e sul modo in cui ci esprimiamo. Lo yoga vuole darti la consapevolezza del risultato ed effetto delle tue azioni. In questo caso sull’effetto di ciò che dici.

Seguire satya significa cercare di aderire alla verità; ma l’espressione della verità deve tener conto anche delle circostanze perchè tale espressione è importante che sia a fin di bene.

Immagina ad esempio questa situazione. Il figlio adulto è andatoa trovare la madre oramai anziana e debole di cuore. Il telefono squilla, e il figlio va a rispondere. E’ il marito di una carissima amica della madre, quasi una sorella, che annuncia che sua moglie è morta di colpo in un incidente.
Il figlio raccoglie la notizia e poi saluta.
La madre gli chiede:”chi era la telefono?”.
Cosa dirà il figlio?

Se il figlio segue la verità esatta (in sanscirto r’ta) ecco che racconterà per filo e per segno ciò che ha saputo. Ma la notizia molto dolorosa per la madre raccontata così in modo schietto e diretto potrebbe “fare del male”. La madre già debole di cuore accuserebbe in modo improvviso la notizia e la sua condizione di salute precaria sarebbe sicuramente minacciata.
Ecco che il figlio invece può seguire la verità benevola comincia a prendere tempo, a raccontare che il marito dell’amica ha chiamato per dire che sua moglie ha avuto un leggero malore e che è andata all’ospedale. Così la madre comincerà a preoccuparsi, si sentirà in apprensione. Dopo un po’ di tempo il figlio comincerà a raccontare con gradualità la verità, tenendo conto della sensibilità della madre che conosce bene, e nel momento che reputa più opportuno gli comunicherà la vera notizia.

Un altra situazione ad esempio. Improvvisamente senti suonare alla porta, una donna in forte agitazione chiede aiuto e soccorso. Molto velocemente dice che un malvivente la sta inseguendo e minacciando di violenza.
Voi decidete di accoglierla e lei si nasconde come può. La porta è ancora aperta e un uomo si ritrova sul tuo uscio di casa, ti chiede: “hai per caso visto passare una donna da queste parti?”
cosa risponderai?
Se ti attenessi alla verità, diresti “sì, è qui in casa”. Valutando la situazione ti rendi conto che è meglio proteggere questa donna anche se non sai veramente il motivo per cui è inseguita. Rispondi allora “no, non ho visto nessuna donna”. Poi potrai informarti, farti raccontare la versione della donna, cercherai di capire se dice il vero o se invece è lei in cattiva fede, e quindi deciderai cosa meglio fare.

Questi due esempi anche se per certi versi estremi mettono bene in luce che ciò che conta non è soltanto dire la verità ma usare la parola a fin di bene.

Questo principio è sottovalutato nel suo aspetto positivo. Seguire questa verità benevola significa e comporta un alto grado di onestà con se stessi.

A volte evadiamo le domande altrui perchè imbarazzanti raccontando cose imprecise, inesatte, e a volte false.
A volte i figli raccontano bugie per nascondere ciò che non hanno coraggio di affermare.

I modi per seguire questi principio sono molto personali e legati alla propria individualità e percezione.
Il punto importante è che se non seguiamo questo principio si genera in noi uno squilibrio, un turbamento.
La nostra coerenza, tra pensiero, parola e azione, è minata.

Porre attenzione alla verità benevola ci aiuta a colitvare un pensiero profondo e onesto. Coloro che spesso dicono il falso, o sono approssimativi nella loro comunicazione, indeboliscono la profondità di pensiero e alimentano una superificalità di spirito.
D’altra parte coltivare un uso corretto, preciso, curato, attento della propria espressione ci rafforza, ci aiuta a coltivare determinazione e chiarezza interiore.

Come sto?
Cosa desidero dalla vita?
Di cosa ho veramente bisogno?
Quali sogni ho?

Queste domande che ci facciamo avranno risposte chiare e dirette se siamo abituati ad essere onesti e limipidi nella parola.
Le risposte interiori che ci diamo saranno volte a fin del “nostro bene” e chiare se siamo abituati a volgere a fin di bene altrui la parola rivolta agli altri.

La parola è legata al V cakra. Il cakra della gola che è il centro di controllo della nostra espressione. Sviluppare un controllo, una capacità di dirigere al meglio la propria espressione verbale, sviluppare consapevolezza ai modi in cui ci rivolgiamo agli altri, e porre attenzione agli effetti che la nostra parola ha sugli altri, tutto questo ci porta ad un controllo di tutta la nostra espressione nel suo complesso.

Chi ha un uso morale della parola ha spesso un uso morale anche di tutte le sue modalità espressione. Questo perchè i chakra superiori controllano i chakra inferiori, e avere un controllo sul V chakra comporta anche un buon grado di controllo sugli altri 4 chakra inferiori.

La parola satya è usata anche ad intendere la dimensione dello spirito, dell’assoluto, di ciò che è eterno.
Questo principio ci avvicina allo spirito, alla consapevolezza. La parola è espressione del nostro pensiero; molto spesso i nostri pensieri sono parole affermate interiormente.
Dunque parlare “bene” ci aiuta a  pensare “bene”.  Parlare “verità” ci aiuta a pensare “verità”. Cosa significa?
Pensare “verità” significa saper distinguere ciò che è effimero da ciò che è duraturo, ciò che importante da ciò che non lo è,  significa riconoscere  che in verità tutto è  espressione di un’unità fondamentale, tutto è satya, ovvero  tutto è  divino, tutto è Amore.

ciao,
Guido


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